Lei ha quattro anni e un vestito azzurro, i capelli sono castani e raccolti in una treccia scomposta, il colore degli occhi si fonde fino a perdersi con quello del vestito. Le ho dato i pennarelli per farla stare buona che oggi non ho voglia di giocare.
Lei ha preso i miei trentasei pennarelli e ha disegnato un omino. Nel farlo ha compiuto il genocidio delle punte accompagnato dal suono stridulo del pennarello che soccombe sul foglio, sotto la pressione di un tratto troppo intenso. L’omino ha un corpo lungo lungo e una testa ovale e grande. Ha occhi verdi senza pupille e mani con sole tre dita. Sorride sotto un naso troppo grande. Ha piedi piccoli e braccia chilometriche e affusolate: è uno stecco.
Lei ha le mani di trentasei colori e l’omino è di trentasei colori e trentasei colori feriti, con le loro punte martoriate, giacciono sul mio tavolo. Alcuni rotolano giù fino al pavimento, come a voler comunicare a tutti che adesso sono inutili davvero, perciò la faranno finita.
“Dobbiamo pulire le tue mani, piccola”.
Prendo un batuffolo di cotone, lo inzuppo d’acqua. La sua pelle torna pelle bianca di bambina.
Mi regala l’omino, lo stecco. “Per te” -dice- e mentre lo fa arrossisce. Poi va via.
Lei ha quattro anni, io ventisette: non abbiamo niente in comune se non il fatto che crediamo che gli uomini siano stecchi e che i pasticci vadano via con l’acqua.
Silvia. 8 maggio 2010.